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Il Muro
Acate, carnevale ieri e oggi! Inviato il  Sab 21 Feb, 2009 17:35 Da SkyOne
News
Acate, carnevale ieri e oggi!


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Acate non vanta importanti tradizioni sul carnevale. Nel passato solo scherzi e qualche maschera di gente umile e povera. Pertanto possiamo raccontare ben poca cosa tranne che qualche episodio o scherzi negli anni dell’immediato dopoguerra. Negli anni 40 e sino agli anni '50 del 1900, la maschera tipica era "Piripidduzzu", un contadino che indossava abiti larghi, lunghi e lacerati, scarpe grandi e rattoppate. Portava in bocca una grossa pipa di canna, costruita con le proprie mani. Fumava tabacco, paglia, foglie secche di vite. Percorreva il Corso, seguito da tanti bambini e ragazzi di ogni età, che allegramente lo burlavano. Rispondevano al suo invito a seguirlo nel canto carnevalesco.
Lungo il percorso ad ogni crocevia, detto “cantunera”, si fermava e cantava tra l’allegria e il fumo della pipa rudimentale.
Il suo canto in dialetto, ad alta voce e scomposto recitava: “Quantavi ca nun mi fazzu na fumata…e i ragazzi a coro UHFUHHUU!... UHHFFUUHFU!... con tiri di giacca, cappello “u tascu” tolto e rimesso, e così sino ai quattro canti i “4 cantuneri”, dove si fermava e ancora cantava: “ Quantavi ca nun viru la me Zita! UHFUHUHFUH!!!... UHFFUFUHU!!!... Quantavi ca nun mi fazzu na fumata… e via il coro UHHUFU!..HHUFUh! Ora vaiu unni è la ma zita! HUFUHUF! HUFUHUF! Ora mi fazzu na fumata! UHHFUH!..UUHFHU!!!.. e tutti a ridere. Dalla pipa fuoriusciva fumo pungente per via di un tabacco rudimentale, e li tutti a ridere, a scherzare a volte anche un po’ pesante.
Piripidduzzu era felice, fumava e cantava, tutti ridevano e scherzavano tirando giacche, cappelli, coppole, cantavano e saltavano.
In occasione del carnevale di alcuni decenni fa, ‘Nzino Albani, Ugo Lantino, Pietro Occhipinti, Giovanni Albani, Giacomo Albani ed altri giovani brillanti ed estrosi, organizzarono ai quattro canti uno scherzo che coinvolse tanta gente.


Per un intero pomeriggio si stazionarono proprio ai “4 cantuneri”. Due di loro erano nascosti agli angoli e gli altri tra la strada e i marciapiedi. Una corda pendeva dall’alto con un gancio, pronta per agganciare i cappelli dei passanti.
Quando qualcuno si avvicinava al laccio, inconsapevole del tranello, il suo cappello preso dal gancio si muoveva con un saliscendi continuo.
Fu bellissima la scena quando un signore che qualche anno prima era stato beffeggiato dagli stessi giovani per altri motivi, con tanto di cappello felpato in testa, un cavaliere della piccola borghesia, fu preso di mira. Il suo cappello saliva e scendeva. Non aveva intuito la trappola dello scherzo carnevalesco e imprecava contro il vento, disperandosi per riprendere il suo cappello. Tutto questo durò alcuni minuti, quando poi vide uno dei giovanotti, capì e riconobbe gli avversari di sempre, rise e andò via, ma con un pizzico di stizza. Lo scherzo durò per l’intera serata, in tanti caddero nella trappola scherzosa di carnevale. La povera vittima si disperava ad acchiappare il cappello, che gli sfuggiva dalle mani e le risate di tanta gente che guardava divertita.
Qualche volta c’era chi con fantasia costruiva un piccolo carretto e si faceva trasportare da un cane o da un asinello con i bambini sempre dietro.
Non c’erano coriandoli né mazze e nemmeno stelle filanti. Il carnevale era frutto della grande fantasia della gente, che a tutti i costi voleva divertirsi e divertire con scherzi semplici e innocenti.
In occasione di un carnevale i ragazzi dell’Azione Cattolica, guidati da padre Barone, in maschera con gli abiti rabberciati e adattati ai cinque continenti, inquadrati per le vie del paese, annunciavano il rogo della sera. Dovevamo bruciare un pupazzo costruito nei locali di via Marsala, con carta straccia e maschere cartacce: quel pupazzo rappresentava il male della corruzione. Il timbro della mia voce era abbastanza alto ed ebbi l’incarico del grido alla gente, grido nel senso di banditore. Marciavo in testa alla squadra per le vie cittadine durante le ore di primo pomeriggio. Era un martedì di carnevale e la sera in piazza si dava alle fiamme il pupazzo. Poi attorno al falò danzavamo come dei forsennati, allegri e festanti: simbolicamente il male era stato bruciato, con l’approvazione dell’intero mondo terrestre. Tutti i cinque continenti erano stati presenti e consenzienti al rogo della corruzione.

Nel passato a carnevale in tante famiglie e nei circoli, tradizionalmente si organizzavano veglie danzanti. In occasione di una di queste veglie, ero un bambino di 9 o 10 anni, i grandi (così chiamavamo i giovani più anziani) ballavano. Io me ne stavo in braccio alla mamma, la quale non ballava per via del suo Tanuzzu. Fu offerto a mio padre un bel cannolo di ricotta, ma lo volle offrire a mia madre, che a sua volta lo diede al figliolo. Mi svegliò premurandosi con dolcezza e disse: “Tanù, Tanuzzu, svegliati tieni un bel cannolo”. Lo afferrai e ancora insonnato lo divorai. Tutti mi guardavano stupiti, il loro scherzo stava svanendo nel nulla. Mia madre, incuriosita, volle capire cosa era successo, poi tolse tutto il cotone tra la ricotta, mi fece mangiare il cannolo. Immaginate le risate. Altri caddero nella trappola, fu una serata in cui il ballo di carnevale offrì tanti cannoli al cotone, consumati tra un valzer e una mazurka. Altri tempi, altri scherzi di carnevale!
Negli anni 60 Ugo Lantino, Enzo Albani, Pietro Occhipinti, i soliti giovani ricchi di spirito allegro e di fantasia tutta “viscarana”, organizzarono un sontuoso scherzo che coinvolse tutto il paese. Fecero circolare la notizia di un prossimo arrivo di un grande circo equestre. L’arrivo fu annunciato per la mattina del martedì grasso. Leoni, elefanti e cavalli arabi nonché ballerine e cavallerizzi, una vecchia balilla, una una FIAT 509 decappottabile, carretti e quanto altro assomigliasse ad una vera carovana da circo, erano annunciati al seguito. I circensi si sarebbero esibiti in piazza in prima serata.
Già nel primo pomeriggio la piazza era piena di gente, la carovana del circo partì da contrada Fontane con in testa Saverio Caruso sull’asinello di don Vincenzino Santapà, fabbro ferraio, con bottega in via Duca D’Aosta. ‘Nzino Albani era domatore di leoni, Ugo Lantino vestito da cavallerizzo aveva in mano una frusta “A Zotta” e guidava i cavalli. Ma la scena più comica e bellissima fu l’esibizione della cavallerizza, Saverio Caruso, con un vestito cucito dalla sua mamma e gambe scoperte, scarpette di stoffa, un nastro bianco in testa e una gonnellina a volè. Truccato con cipria e rossetti, saltava sull’asinello di don Vincenzino lungo tutto il percorso. Arrivato ai quattro canti, appena imboccata via XX Settembre verso la piazza, fece una capriola maldestra e cadde. ‘Nzino Albani e Ugo Lantino lo presero al volo e con un olè hop! Saltò sull’asinello bravo e mansueto come non mai. E ancora un cane tosato per bene da sembrare un leone messo dentro una gabbia per le galline. Era il cane del sig. Morale “u cani i Murali”, il tutto con goduria della gente.
Ma un signore che abitava ad Acate, un certo sig. Battiato, dopo essersi reso conto dello scherzo, gridò contro i commedianti, così li chiamò e quasi volesse essere rimborsato per la delusione, ma di cosa? E qui risate a non finire, burla verso il deluso con il botto finale, il leone, cioè il cane fu fatto scappare seminando panico tra la gente, perché qualcuno gridava “u liunu scappau!”. Gli fu applicato alla coda un fumogeno che fece impazzire il cane.

Dopo tra la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60 incominciò l’era moderna. I carri assieme ai gruppi mascherati furono protagonisti del carnevale. Bellissimo fu quello costruito dall’amico Giovanni Salemi e che rappresentava “la luna(clicca sull'immagine per ingrandirla). Una grande mezza luna con stelle e luci lampeggianti; non so se volesse riferirsi allo sbarco dell’uomo nella luna, questo non lo ricordo bene. Per alcuni anni i carri e gruppi diventarono una vera attrazione e tanta gente dai paesi vicini accorreva per divertirsi e ci fu di nuovo la gabbia con il leone. Al seguito di un carro allegorico (una vecchia automobile degli anni 40) c’era un carro rudimentale con una gabbia di legno; dentro il leone, era ancora un altro cane di Morale, tosato a dovere, e anche questa volta si rinnovò lo scherzo di alcuni prima.
Furono anni in cui il comune organizzava tutto con il palco in piazza per la sfilata dei gruppi e il passaggio dei carri e sosta proprio davanti alla villa. In uno di quegli anni partecipai anch’io con il gruppo del pascià e del suo harem. Il tutto fu ideato e realizzato da Ugo Lantino,’Nzino Albani, e altri amici che chiamarono a raccolta un gruppo di ragazze (parenti e amici): Maria Modica, mia sorella, la cugina di Maria Modica e altre ragazze vestite con scialli, abiti di seta di vario colore, veli in viso e foulard in testa. Io avevo la maschera del pascià, vestito con turbante e pantaloni cuciti di proposito, un costume davvero originale, molto bello a vedersi. Lo indossavo magnificante. Tanti giovanotti guardavano le ragazze dell’harem, ma vi assicuro che gli occhi delle ragazze erano tutti per me, il pascià…e che pascià!!! Giovanni Modica era l’eunuco: indossava un paio di mutande da uomo lunghe e felpate, insomma i mutandoni degli anni passati. Stava impalato sul palco a guardia dell’harem con le braccia conserte senza fiatare, una scena da film “le mille e una notte”. Eravamo giovani e pieni di vita e tutto per noi era bellissimo e gioioso…era un Carnevale d’altri tempi!
Quell’anno Pietro Mezzasalma fu uno dei presentatori della manifestazione. Dopo, per alcuni anni, il carnevale si fermò fino a quando si tornò ai carri allegorici. Ricordo che uno tra i più impegnati fu Saro Morando con il suo carro “ Povera Italia” seguito da altri. Saro ripristinò la bellezza dei carri dando sfogo a tutta la sua estemporanea estrosità. Per alcuni anni si alternavano gruppi mascherati e carri. Tutto si svolgeva in ore accettabili, e con il massimo ordine, e tutti, vecchi, giovani e bambini godevano della festa.
Dopo, con Pietro Bellomo assessore, il carnevale di Acate si stabilizzò con la tradizionale sfilata dei carri allegorici che tutti conoscete. Carri di un certo valore artistico per l’impegno di tanti giovani artigiani, la cui bravura si tocca con mano, ma con un grande difetto divenuto ormai cronico: l’ora tardi che non consente agli anziani e ai bambini di godere di uno spettacolo e di ore di divertimento.
Oggi il carnevale continua in una tradizione più recente sotto la direzione magistrale di Andrea Menza, che sta organizzando un bel carnevale 2009.


Gaetano Masaracchio


 

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